La supplenza è finita
Una Banca d’Italia non convenzionale. Assist a Renzi, pressing su Draghi
Un pressing – deciso come mai prima – sulla Banca centrale europea perché faccia di più contro la bassa inflazione. E un assist filosofico alla politica economica del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, perché le riforme strutturali sono fondamentali ma ora è venuto il momento di sostenere anche la domanda interna di keynesiana memoria. Sono il primo e l’ultimo messaggio scanditi ieri dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nelle sue Considerazioni finali all’Assemblea annuale dell’Istituto. L’intervento non è tutto qui, certo.

Un pressing – deciso come mai prima – sulla Banca centrale europea perché faccia di più contro la bassa inflazione. E un assist filosofico alla politica economica del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, perché le riforme strutturali sono fondamentali ma ora è venuto il momento di sostenere anche la domanda interna di keynesiana memoria. Sono il primo e l’ultimo messaggio scanditi ieri dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nelle sue Considerazioni finali all’Assemblea annuale dell’Istituto. L’intervento non è tutto qui, certo. Una lunga parte iniziale è stata dedicata alla “apertura al cambiamento” della Banca d’Italia, da leggersi – dopo le schermaglie di qualche settimana fa con Renzi sulla revisione della spesa pubblica e dopo il tetto ai superstipendi da attuare anche a Palazzo Koch – come una disponibilità ad autoriformarsi, a ridurre i costi del proprio funzionamento. Le filiali dell’Istituto sono passate da 97 a 58 dal 2008 al 2010, i 10 mila addetti degli anni 90 sono diventati oggi 7 mila, con costi operativi ridotti complessivamente del 14 per cento nell’ultimo quadriennio. Il tutto a fronte di compiti che non sono diminuiti per via dell’accentramento della politica monetaria a livello europeo, ha fatto intendere Visco. Nel capitolo “autodifesa” rientra anche la rivendicazione dell’aumento di capitale deciso ai tempi dell’esecutivo Letta (che ha fatto lievitare il dividendo per le banche private “azioniste” da 70 milioni nel 2012 a 380 nel 2013). Poi il governatore, che a marzo criticò “lacci e lacciuoli” corporativi causando una sollevazione tra i sindacati, questa volta ha scudisciato gli imprenditori. Indebitamento elevato e dipendenza dalle banche saranno pure aggravati dalla crisi, ma conferire più capitale di rischio alle proprie aziende aiuterebbe (“una leva finanziaria in linea con la media europea richiederebbe un aumento del patrimonio di circa 200 miliardi e una pari riduzione dei debiti”). Infine Visco ha rivendicato il ruolo di vigilante solerte sul comparto bancario.
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Tuttavia la prima frase pronunciata ieri dal successore di Draghi, subito dopo il saluto ai “signori partecipanti, autorità, signore, signori”, è stata questa: “Nell’area dell’euro dall’autunno scorso la politica monetaria fronteggia uno scenario di inflazione assai bassa, non coerente con l’obiettivo di stabilità dei prezzi”. L’inflazione dell’area euro è stata dell’1,4 per cento nel 2013, poi è diminuita ancora allo 0,5 per cento in marzo e allo 0,7 in aprile, e si manterrà “ben al di sotto del 2 per cento” nei prossimi due anni. Sostenere che “questa prospettiva non è coerente” col mandato della Bce suona come un’esplicita dichiarazione di voto della Banca d’Italia in vista del Consiglio direttivo di giovedì prossimo, in occasione del quale Draghi ha fatto intendere che potranno essere prese misure espansive, anche “non convenzionali” ha ribadito ieri Visco. Una dinamica troppo contenuta dei prezzi, al pari di un’inflazione troppo elevata – ha sottolineato il governatore – è “dannosa” soprattutto quando “i debiti pubblici e privati sono alti”. Vedi il caso Italia. Soprattutto perché le analisi econometriche di Palazzo Koch dicono che altre sorprese negative sui prezzi, incidendo sulle aspettative, potrebbero verosimilmente spianare la strada verso la deflazione vera e propria.
Le Considerazioni sono state scritte tenendo a mente l’appuntamento della prossima settimana a Francoforte, ma poi ulteriormente limate – dicono alcuni insider – alla luce del risultato delle elezioni europee di domenica scorsa e della netta affermazione di Renzi. Un governo legittimato dal voto, con una politica economica ben delineata (perlomeno negli annunci) e che legittimamente vuole propiziare un cambio di passo nell’Eurozona – è il ragionamento che circola a Palazzo Koch – non ha più bisogno della “supplenza” della Banca d’Italia. Anche così si spiega il peso minore attribuito alla parte prescrittiva delle Considerazioni, alla lista delle “riforme da fare” insomma, rispetto a quanto accaduto con i governi Berlusconi, Monti e Letta. Sul peso della Tasi per i contribuenti c’è un’incomprensione con l’esecutivo che precisa: il paragone con l’Imu va fatto col 2012, non col 2013 quando l’Imu sulla prima casa fu sospesa. Ma il tono dominante è un altro: se “dal 2011 è stata avviata un’estesa attività di riforma” per favorire la crescita – dice la Relazione – allora adesso conviene procedere con i provvedimenti attuativi e tenere conto che gli effetti positivi delle riforme hanno bisogno di tempo per dispiegarsi. Perciò nell’immediato gli “aumenti di produttività” devono essere accompagnati da una “ripresa della domanda interna”, ha incalzato Visco almeno tre volte. Il bonus da 80 euro per i redditi più bassi va reso stabile per essere efficace (14,3 miliardi le coperture necessarie per il 2015), e per ora stimolerà l’offerta di lavoro più che i consumi. Meglio puntellare la domanda con gli investimenti, non solo pubblici. Di fronte a Renzi, la Banca d’Italia si scopre meno convenzionale.